Home Da Salzano a

UN’ESPERIENZA ACCANTO ALLE PERSONE IN DIFFICOLTÀ

Ciao a tutti! Vengo da Salzano e da Febbraio 2017 vivo con la “Comunità Cavanis Gesù Buon Pastore”, in Papua Nuova Guinea. Probabilmente era da un po’ di tempo che pensavo di visitare una missione, ma quando si è presentata l’occasione di incontrare qualcuno di loro in Italia, è stato il momento di partire. La Papua Nuova Guinea è un’isola del pacifico che si trova poco al di sopra dell’ Australia, ed è una terra ricchissima, dove la vegetazione non smette mai di crescere durante tutto l’ anno, offrendo frutti di tutti i tipi. Nonostante questa abbondanza di risorse naturali in territori sconfinati, la popolazione non ha avuto praticamente nessuno sviluppo. Generalmente le persone qui vivono in villaggi sparsi nella foresta, ed abitano in palafitte di Bamboo, rialzate da terra per sfuggire agli allagamenti della stagione delle piogge. E’ un paese molto giovane e la fede cattolica è stata conosciuta solo 130 anni fa.

La popolazione si dice Cristiana anche se è ancora molto diffusa una religione di tipo animista e figure come quella dello stregone sono ancora molto presenti nei villaggi. A Bereina, piccolo centro situato a tre ore dalla capitale, nel 2013 sono arrivate le “sisters”: inizialmente un gruppo di 7 donne consacrate che hanno deciso di mettere la loro vita a servizio di bambini e giovani del posto. Da subito un gruppo di ragazzi locali ha sentito la necessità di proteggerle, avvicinandosi così a loro e creando un rapporto di aiuto reciproco che continua ancora. Nel frattempo la comunità è cresciuta: sono arrivate le postulanti e le novizie e anche la famiglia di Matteo e Manuela con i loro tre figli, allargando così gli orizzonti di questa congregazione.

Io e Matteo ormai siamo coppia fissa nel lavoro quotidiano con i ragazzi, i quali stanno apprendendo molte competenze: nel costruire case con impianti elettrico e idraulico, di falegnameria e di meccanica. Inoltre, essere impegnati durante la settimana, aiuta loro a stare lontani da alcool e droga.

Penso che vivere in comunità sia una bella opportunità, perché si è sempre in relazione con altre persone, anche nelle difficoltà, cosa che invita ognuno a mettersi in discussione per poter migliorare i propri atteggiamenti. Ai giovani di Salzano, e non solo, direi di concedersi, almeno una volta nella propria vita, un’esperienza di volontariato con persone in difficoltà, perché penso possa far nascere qualcosa di utile, qualsiasi sarà la vostra scelta in futuro.

Con affetto,
Riccardo Tosetto

Concedetevi un’esperienza di volontariato con le persone “ai margini”.


Condividi questo articolo.

PARTIRE PER SCOPRIRSI FRATELLI NELLA SOFFERENZA E NELLA GIOIA

La vita ci chiama, tutti, a fare scelte di coraggio, scelte di responsabilità. Talvolta ci chiede di fermarci: a riflettere, a tendere la mano al fratello o alla sorella accanto; e perché no, di riposarci. Talvolta ci invita al contrario a partire, lasciando i porti sicuri per andare verso sfide per nulla facili da definire, con la fatica di dover ricominciando spesso da capo.

Il mio nome è Stefano Meneghello, sono un giovane di 26 anni della nostra comunità di Salzano, al momento in Libano, nella città di Zahle più precisamente, nella valle della Bequaa, prossimo al confine con la Siria. Un esperienza iniziata a fine del mese di ottobre scorso con l’ONG Medici Senza Frontiere e dettata da un desiderio di voglia di giustizia, di uguaglianza e dal bisogno di assumersi responsabilità di fronte al nostro mondo. Lo stesso desiderio che mi portò in Ciad nell’ottobre di tre anni fa come volontario nella missione della nostra diocesi di Treviso.

Fare parte di una comunità del resto riengo sia strettamente legata a questo sentimento di responsabilità. L’espressione stessa, comunità, deriva dal latino communitas, parola composta da cum e munus: dove munus sta a significare un’unione, ma è il cum che rende la relazione comunitaria come un “dare-darsi” e quindi ne riconduce il senso alla reciprocità dell’obbligo donativo.

Reciprocità che per questioni di comodo si tende troppo spesso a dimenticare, sempre pronti a pretendere dalla comunità qualcosa e allo stesso tempo pronti a presentare scuse nel momento in cui è la comunità stessa a chiamare. Sian ben detto, tali difficoltà sono le medesime che si incontrano in Italia, così come in Ciad e in Libano. Nel Libano stesso infatti, dove il dialogo interreligioso è una delle caratteristiche di questa terra in cui Cristiani Maroniti, Mussulmani Sunniti Sciiti e Druzi convivono da generazioni, l’equilibrio politico e comunitario è una questione delicata. La diversità nella confessione infatti influenza fortemente la vita comunitaria, con barriere più o meno sottili che tuttavia è importante conoscere e rispettare.

Il viaggiare mi sta aiutando così a comprendere e definire meglio il bisogno e il senso di comunità, di darsi reciprocamente. Di partecipare alle gioie e alla sofferenza del nostro prossimo. Ovunque ci si trovi. Un sentimento di compassione che, nel suo senso autentico, è la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio. Ed è la testa di ponte per una comunione autentica non solo di sofferenza, ma anche – e soprattutto – di gioia vitale, e di entusiasmo. Che ti induce a partire ancora, trovando sempre nuove occasioni di incontri e di creare comunità.

Nostro dovere è il cercare la propria strada con energia e coraggio. A costo di sbagliare. Anzi, ben venga lo sbaglio come maestro per le nostre prossime scelte. Facendo delle scelte, talvolta con quel giusto pizzico di sana follia. Bisogna aver il coraggio di uscire da schemi pre-imposti, accettare di “andare controcorrente” e di sentirsi stranieri ed estraniati.

Per riscoprire poi infine il sentimento di fratellanza che ci lega tutti, e ritrovare coraggio. Coraggio di essere felici.

Con affetto,
Stefano Meneghello

Abbiamo il coraggio di uscire da schemi pre-imposti, di “andare controcorrente” e di sentirci stranieri ed estraniati.


Condividi questo articolo.

DON’T STOP ME NOW

Il 2017 per me è stato l’anno della scoperta. Il viaggio come fuga ed esplorazione, un tuffo nell’ignoto in solitaria. Non potevo sapere che l’oceano che mi avrebbe inghiottito non mi avrebbe più lasciato.
L’Oceano Atlantico per la precisione.

Grazie al progetto Garanzia Giovani della Regione Veneto nell’aprile dello scorso anno son stato catapultato infatti in Nord Irlanda per 5 mesi. Tra scenari naturalistici incantevoli, pecore e capre a più non posso, distese di prati verdi infiniti e fiumi di birra, letteralmente, ho iniziato ad assaporare, scoprire e conoscere il bello del viaggiare.
Quando si esce dal proprio orticello, da soli, per una bella fetta di tempo, si scopre appunto che c’è dell’altro, molto altro da conoscere. Persone da incontrare, luoghi, e non solo, di cui innamorarsi.

Il viaggio di Nicola Pavan (ogni tanto piace chiamarmi in terza persona, a voi no? Inoltre non trovavo il modo per presentarmi) è iniziato poco dopo la laurea triennale in Comunicazione a Verona, tanta indecisione su cosa fare poi, troppi sogni nel cassetto e molta voglia di staccare la spina da tutto, ed ecco tra le mani che mi capita l’occasione perfetta, Derry.
Derry, in Irlanda del Nord, è una piccola cittadina molto vicina al confine con la Repubblica d’Irlanda, ricca di parchi, chiese, storia e immancabili e tipici pub. Sotto il dominio inglese, in questo contesto si respira forte l’aria e la voglia di indipendenza, un distacco dalla Regina che ha solo sfiorato quei territori. Una crepa passata pochi chilometri più in là.

Questo contrasto viene poi assorbito e trasposto nella cittadinanza anche come intolleranza religiosa tra cattolici e protestanti, questi ultimi sono infatti mal visti dalla maggior parte della popolazione che è cattolica (siamo pur sempre in Irlanda). Un assaggio di questo astio lo presenta da subito il nome della città: Londonderry per i protestanti e Derry per i cattolici, non è così difficile trovare per strada infatti insegne della prima cancellate per metà. Nel paesino sono inoltre presenti due cattedrali appartenenti una ad un ramo e una all’altro del cristianesimo: cattedrale di Sant’Eugenio e cattedrale di San Colomba.

I contrasti maggiori, fomentati dall’IRA, partono dagli anni ’50 e arrivano fino ai ’90. Da menzionare nei Troubles (“problemi”, in inglese), il Bloody Sunday, la Domenica di sangue nel 1972 durante la quale in una marcia dei cittadini, un gruppo di soldati inglesi, provocati da dei ragazzini che scagliarono delle pietre, ha iniziato a sparare con armi da fuoco sulla folla, provocando 14 morti e ferendone un’altra decina.
Questo massacro, che ha avuto le strade di Derry come teatro di scontro, è tuttora molto discusso e commemorato, contribuendo anche a rendere la città meta di numerosi turisti e curiosi. Sono lì presenti infatti: un museo, diversi memoriali per le vittime, molti murales che ricordano gli anni del conflitto armato e impossibile da trascurare la famosa scritta appostata proprio all’entrata della città You are now entering Free Derry, Stai entrando nella Derry Libera, una sezione della città che dal ’69 al ’72 era stata chiusa alle autorità britanniche e controllata dai cittadini nordirlandesi.

Malgrado questa sfaccettatura storica e religiosa alquanto discutibile, il paesaggio e il clima irlandese sono qualcosa di unico, con scogliere infinite e un’immersione nella natura che conduce alla pace dei sensi. L’esperienza all’estero dell’anno scorso, mi ha colpito così profondamente che questo, che è sulla fase conclusiva, mi ha portato a vivere per 2 mesi a Bruxelles e a intraprendere numerosi viaggi, alcuni brevi altri più lunghi, in Germania, dove attualmente studia la mia ragazza.

Mi trovo ora a incoraggiare e a lasciarsi trasportare decine di ragazzi nel vivere delle esperienze “fuori bordo”, le quali fanno crescere e permettono di aprire gli occhi. Sbattere contro i limiti del luogo in cui si vive e cercare di prendere spunto da altri vissuti in prima persona. O al contrario ritenersi fortunati per ciò che si ha e si vive (la buona pizza manca sempre tanto, ovunque).
Un luogo aperto, alle culture, è sicuramente meglio di uno chiuso, lì l’orizzonte non ha confini. Non ho nessuna voglia di fermarmi. Don’t stop me now.

Con affetto,
Nicola Pavan

Non ho nessuna voglia di fermarmi. Don’t stop me now!


Condividi questo articolo.

VIVERE IN UNA GRANDE CITTÀ

Carissima Comunità di Salzano,

sono Giulia e il 3 gennaio 2017 mi sono trasferita a Londra per intraprendere un dottorato di ricerca della durata di quattro anni presso la University College London. L’opportunità si presentò un po’ di sorpresa ma senza dubbi sarebbe stata un’avventura da non lasciarsi sfuggire. Quando sono arrivata, i luminosi addobbi natalizi erano ancora appesi ad accogliermi ed ho potuto assaporare il vivere in una grande città. Con i suoi 9 milioni di abitanti, Londra sembra un piccolo mondo, con persone da ogni continente, cultura e religione. Ciò che colpisce è il rispetto e l’apertura alla diversità: chiese protestanti, cattoliche e ortodosse, moschee e sinagoghe vengono animate ogni settimana da credenti che mantengono viva la loro fede. Anche la comunità italiana è molto numerosa, basti pensare che Londra è la quinta città italiana più grande, ovvero ci sono più italiani a Londra che a Genova; quindi ci si sente a casa preparando le lasagne e il tiramisù per le cene con gli amici. Poi, per non perdere le buone abitudini, sono stata accolta come capo lupetti nel gruppo scout 211 North London, esperienza che mi permette di far parte di una comunità locale e di conoscere i miei vicini di casa, che altrimenti rimarrebbero sconosciuti. Essendo una città turistica, molti amici e conoscenti sono passati a trovarmi: se non l’avete ancora fatto, vi aspetto!

Per condurre degli esperimenti, ho anche vissuto quattro mesi in Cina in un’altra grande città, Wuhan. Per essere un Paese in cui la religione è poco diffusa, è stato provvidenziale trovare una chiesa cattolica con una messa domenicale in inglese o francese. Sono stati mesi molto interessanti, ma questa è un’altra storia.

Ai giovani dico: “Partite!”, che il mondo è pieno di luoghi da scoprire e avventure da vivere. L’affetto che si prova per i luoghi di casa come Salzano e soprattutto per le persone, sono però un incentivo per progettare, in futuro, di tornare.

Con affetto,
Giulia Trabacchin

Ai giovani dico: “Partite!”, il mondo è pieno di luoghi da scoprire e avventura da vivere.


Condividi questo articolo.

Testa e cuore per essere cittadini del mondo

Abbiamo deciso di raccontare che siamo una Comunità aperta ed abbiamo chiesto di raccontarlo ad alcuni giovani che da qualche mese o da qualche anno vivono, studiano, lavorano lontano da Salzano.

A volte rischiamo di ritrovarci con una grande confusione in testa. Nel nostro immaginario, oggi, vediamo come migranti il popolo delle barche e delle tragedie nel sud del Mediterraneo.  Un fenomeno che tocca casa nostra. Abbiamo rimosso il boat people asiatico di qualche decennio fa, anche se una parte di quelle sfortunate persone era stata accolta in Italia con grande solidarietà. E non ci ricordiamo più, forse, neppure di quando, in tempi più recenti, erano gli albanesi a volersi trasferire in Italia attratti dalle immagini di benessere che arrivavano loro dai canali televisivi. Eppure, siamo stati e siamo un popolo di migranti. Anzi, il nostro oggi felice Nordest è stato nel secolo scorso uno dei bacini più importanti per fornire braccia, che spesso hanno rivelato di essere anche menti imprenditoriali brillanti, alle Americhe, al resto d’Europa e fino alla lontana Australia.

E se provassimo, invece, ad inquadrare tutto questo sotto il cappello di un termine diverso, che suona almeno in parte meno negativo, come “globalizzazione”? Forse, a ragionarci su, la prospettiva cambierebbe radicalmente. Globalizzazione non vuol dire solo ricevere via Amazon in un paio di giorni l’ultimo modello di telefonino cinese, vuol dire pensare ed agire in ogni angolo del pianeta come se si fosse in casa nostra. E ci vogliono testa e cuore, così come nel trattare senza pregiudizi il problema/opportunità dei migranti. Testa e cuore che devono essere aperti, affacciati sul mondo, non sul giardino di casa, perché solo questo può contribuire veramente a farci crescere tutti.

Ecco perché anche noi, come Comunità nostra, abbiamo deciso di raccontare che siamo una Comunità aperta, realmente globalizzata con la testa ed il cuore. Ed abbiamo chiesto di raccontarlo ad alcuni giovani di questa nostra Comunità che da qualche mese o da qualche anno vivono, studiano, lavorano lontano da Salzano, portando la loro esperienza, il loro entusiasmo ma anche facendo tesoro dello straordinario patrimonio umano che incontrano. Leggerete le loro testimonianze in questo e nei prossimi numeri del nostro giornale, ma cercate di andare oltre le righe. Lasciare il comodo salotto di casa e la cucina di mamma sicuramente non è stato facile, ci sono situazioni nuove da affrontare, sfide da cogliere, sacrifici da fare, soddisfazioni da cercare. E non dimenticate, leggendo questi “reportage”, che dietro a tutto restano sempre testa e cuore, che devono essere aperti, capaci di andare oltre il facile rifugio delle comodità e dell’individualismo. Scoprirete che abbiamo degli straordinari ambasciatori della nostra Comunità sparsi nel mondo e sarà un aiuto anche per tutti noi, perché guardiamo oltre la nostra piazza, la nostra filanda, il nostro parco, perché superiamo gli stereotipi dell’accoglienza/beneficenza piuttosto che della globalizzazione consumistica, abbattendo i nostri confini mentali e comprendendo che tutto questo non è l’esperienza di pochi, ma la straordinaria opportunità che tutti, veramente tutti, possiamo e dobbiamo cogliere.

Claudio Pasqualetto
Direttore responsabile di “Comunità Nostra”


Condividi questo articolo.